Spalla · post-operatorio

Riabilitazione dopo protesi anatomica di spalla a Roma Balduina

La protesi anatomica sostituisce le superfici articolari mantenendo l’architettura naturale della spalla: una testa metallica sull’omero, una superficie sulla glena. Perché funzioni serve però una condizione precisa, ed è la ragione per cui non è adatta a tutti: i tendini della cuffia dei rotatori devono essere in buono stato, perché continuano a essere loro a muovere e stabilizzare la spalla.

Questo ha una conseguenza diretta sulla riabilitazione. Non stiamo solo aspettando che una protesi si assesti: stiamo proteggendo dei tendini, e in particolare quello che il chirurgo ha dovuto attraversare per arrivare all’articolazione.

Quando viene scelta questa protesi

L’indicazione tipica è l’artrosi della spalla con dolore che limita il sonno e le attività quotidiane, in una persona la cui cuffia dei rotatori è integra e funzionante. In quelle condizioni la protesi anatomica restituisce di solito un buon movimento e una riduzione importante del dolore.

Quando invece la cuffia è lesionata in modo esteso o non recuperabile, la scelta cade su un impianto diverso, con logiche riabilitative altrettanto diverse. È una distinzione che vale la pena conoscere, perché condiziona sia il programma sia le aspettative.

Il punto delicato: il sottoscapolare

Per raggiungere l’articolazione dalla parte anteriore il chirurgo apre il sottoscapolare — il tendine che porta il braccio in rotazione interna — oppure stacca la piccola porzione ossea su cui si inserisce, e a fine intervento lo richiude. Quella riparazione è il vero orologio delle prime settimane.

Concretamente significa due limiti: non si porta il braccio in rotazione esterna oltre l’ampiezza indicata dal chirurgo, e non si spinge in rotazione interna contro resistenza. Il primo limite protegge dalla trazione, il secondo dalla contrazione. Entrambi cadono quando la riparazione ha avuto il tempo di guarire, e i tempi li fissa la relazione operatoria.

Le prime settimane

Si porta il tutore per il periodo indicato, si mantengono attivi gomito, polso e mano, si gestiscono dolore e gonfiore. Appena concesso si inizia la mobilità passiva e assistita: elevazione nel piano scapolare, rotazione esterna entro il limite dato. Il braccio viene mosso, non lasciato fermo.

In questa fase lavoro anche sul collo e sulla zona dorsale, che dopo settimane di braccio al petto si irrigidiscono quasi sempre e diventano una fonte di fastidio indipendente dalla spalla operata.

Dal movimento assistito al movimento attivo

Il passaggio al movimento attivo avviene quando la riparazione anteriore è protetta a sufficienza e la spalla riesce a controllare il braccio senza scatti né compensi. Si comincia in posizioni facilitate, spesso con il tronco inclinato o con il braccio sostenuto, e si aumenta la richiesta man mano che il gesto resta pulito.

Qui la qualità conta più della quantità. Una elevazione a centoventi gradi ottenuta alzando la spalla verso l’orecchio non è un progresso: è un compenso che, se consolidato, diventa poi difficile da correggere.

Il rinforzo e la ripresa delle attività

Il rinforzo entra dopo il movimento, non prima. Si parte da isometrie, si passa agli elastici leggeri e si arriva progressivamente a carichi che abbiano senso per la vita reale: sollevare una borsa, prendere un piatto dalla mensola, spingere una porta pesante.

Nella stessa fase si recupera la resistenza, che è ciò che manca davvero dopo mesi di braccio protetto. Molte persone riferiscono che il movimento c’è ma il braccio “si stanca”: è normale e si allena, con esercizi ripetuti nel tempo più che con carichi elevati.

Che cosa aspettarsi, e che cosa conviene evitare a lungo

L’obiettivo realistico è una spalla che non fa più male di notte, che consente di vestirsi, lavarsi i capelli, guidare e portare pesi moderati. Il recupero del movimento completo non è garantito in tutti i casi, e nemmeno necessario per una buona funzione quotidiana. I miglioramenti continuano per molti mesi dopo l’intervento.

Sul lungo periodo il consiglio condiviso è di evitare sollecitazioni ripetute e pesanti sopra la testa e gli sport a impatto elevato sull’arto operato: la protesi è un impianto meccanico e la sua durata dipende anche da come viene caricata. Attività come nuoto, bicicletta, camminata, golf con gradualità sono in genere compatibili, ma la conferma spetta al chirurgo.

I limiti descritti qui valgono in generale: quelli precisi, con i gradi e le settimane, li trovi nella tua relazione operatoria. Nella pagina sulla riabilitazione post-operatoria spiego come li traduco in un programma.

Le domande che mi fanno più spesso

Perché non posso ruotare il braccio verso l’esterno?
Perché quel movimento mette in tensione il tendine anteriore che il chirurgo ha richiuso a fine intervento. Il limite viene tolto quando la riparazione è guarita a sufficienza.
Quanto movimento recupererò?
Varia. Molte persone tornano a gesti quotidiani senza difficoltà; il recupero dell’ampiezza completa non è garantito e non è indispensabile per una buona funzione.
Potrò tornare a fare sport?
Attività a basso impatto sono in genere compatibili. Gli sport con carichi ripetuti sopra la testa o con rischio di caduta vanno valutati caso per caso con il chirurgo.
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Contenuti a cura del Dott. Ayrton Ferioli, fisioterapista e osteopata. Ultima revisione: 4 settembre 2026.

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