Anca · post-operatorio

Riabilitazione dopo protesi d’anca a Roma Balduina

La protesi d’anca è uno degli interventi ortopedici con la soddisfazione più alta: il dolore che impediva di camminare, di dormire sul fianco e di infilarsi le scarpe di solito scompare in tempi brevi. Proprio per questo, molte persone si sentono bene molto prima di essere davvero recuperate.

Il lavoro riabilitativo serve a colmare quel divario: rimettere in funzione muscoli che per anni hanno lavorato male, togliere lo zoppicamento che spesso resta per abitudine, e restituire un cammino che regga anche sulle distanze lunghe e sui terreni irregolari.

La via d’accesso decide le precauzioni

Il chirurgo può raggiungere l’articolazione da davanti, di lato o da dietro, e ogni via ha strutture che vengono attraversate e altre che restano intatte. Da questo dipendono le posizioni da usare con prudenza nelle prime settimane, che quindi non sono uguali per tutti.

Con un accesso posteriore si raccomanda in genere di non piegare l’anca oltre un certo angolo, di non incrociare la gamba oltre la linea mediana e di non ruotarla verso l’interno. Con un accesso anteriore l’attenzione si sposta piuttosto sull’estensione associata alla rotazione esterna. È il motivo per cui la prima cosa che leggo è il foglio di dimissione: applicare le precauzioni sbagliate è inutile, e a volte controproducente.

Le prime settimane: cammino, carico e ausili

Nella maggior parte dei casi il carico è concesso da subito e si cammina con l’aiuto di stampelle o di un deambulatore. L’obiettivo di questa fase non è camminare tanto: è camminare bene, con passi simmetrici, appoggiando il tallone e portando il peso sopra la gamba operata invece di scaricarlo di lato.

Gli ausili si abbandonano per gradi, quando il cammino è sicuro e il bacino non cede a ogni passo. Toglierli troppo presto consolida uno zoppicamento che poi va corretto; tenerli troppo a lungo mantiene la gamba scarica e ritarda il recupero della forza. Il momento giusto lo si valuta guardando il cammino, non contando i giorni.

Gli abduttori e lo zoppicamento che resta

I muscoli sul lato del bacino — i glutei medi e piccoli — sono quelli che tengono il bacino orizzontale quando si appoggia su una gamba sola. Dopo anni di artrosi e dopo l’intervento sono quasi sempre deboli, e quando non funzionano il bacino si abbassa dal lato opposto a ogni passo: è la classica andatura ondeggiante.

Recuperarli è una delle parti più importanti del percorso e richiede tempo, perché non basta “fare gli esercizi per i glutei”: serve che quel controllo compaia dentro il passo. Si lavora quindi in piedi, sul carico monopodalico, sui gradini e sui cambi di direzione, non solo sdraiati.

I gesti di tutti i giorni

Nelle prime settimane le difficoltà reali sono banali e concrete: alzarsi da una sedia bassa, salire in auto, infilarsi calze e scarpe, girarsi nel letto, usare il bagno. Su queste cose lavoro molto, perché l’autonomia quotidiana è il vero obiettivo delle prime fasi e perché eseguire quei gesti in modo corretto è anche il modo di rispettare le precauzioni senza doverci pensare ogni volta.

Ci sono accorgimenti semplici che aiutano: sedie più alte, un cuscino per il sedile dell’auto, un calzascarpe lungo, il modo giusto di salire e scendere dal letto. Sono soluzioni temporanee, ma nelle settimane in cui servono fanno la differenza fra sentirsi autonomi e dipendere da qualcuno.

Tornare a muoversi davvero

Superata la fase iniziale il programma diventa un allenamento: forza degli abduttori e degli estensori d’anca, resistenza al cammino, equilibrio, capacità di affrontare scale, salite e terreni sconnessi. Molte persone si fermano quando il dolore è sparito, e restano con una gamba più debole e un passo asimmetrico che nessuno ha corretto.

Le attività consigliate sul lungo periodo sono in genere quelle a basso impatto: camminata, bicicletta, nuoto, ginnastica dolce. Corsa e sport con impatti o rischio di caduta si valutano con il chirurgo, tenendo conto del tipo di impianto e delle caratteristiche della persona.

I segnali da riferire al chirurgo

Alcune cose non vanno gestite in studio ma riferite subito: un dolore improvviso e intenso all’inguine o alla coscia con impossibilità di caricare, la sensazione che la gamba sia diventata più corta o ruotata, febbre, arrossamento o secrezione dalla ferita, un gonfiore importante e dolente del polpaccio.

Sono eventi poco frequenti, ma è giusto sapere quali sono e a chi rivolgersi. Nel percorso normale, invece, un fastidio che aumenta dopo una giornata più attiva e si riduce con il riposo rientra in ciò che ci si può aspettare nei primi mesi.

Le precauzioni cambiano con la via d’accesso, quindi la lettera di dimissione viene prima di ogni schema. Nella pagina sulla riabilitazione post-operatoria spiego come costruisco il programma a partire da lì.

Le domande che mi fanno più spesso

Quali movimenti devo evitare?
Dipende dalla via d’accesso usata dal chirurgo. Le precauzioni indicate alla dimissione sono quelle da seguire: non esiste un elenco valido per tutti.
Quando smetto le stampelle?
Quando il cammino è sicuro e il bacino resta stabile a ogni passo. Si valuta guardando come cammini, non in base a un numero di settimane.
Perché zoppico ancora se non ho più dolore?
Quasi sempre perché i muscoli sul lato del bacino sono ancora deboli e il passo ha conservato l’abitudine di anni. Si corregge, ma richiede un lavoro specifico e costante.
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Contenuti a cura del Dott. Ayrton Ferioli, fisioterapista e osteopata. Ultima revisione: 4 settembre 2026.

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